Linosa

I linosani e la primavera

C’è questa cosa che appena scatta la primavera lo sguardo si fa a sud, in quel sud tralasiciliaelafrica che ok se la cartina non è buona non te lo posso nemmeno indicare con il dito. Che se inizia il bel tempo davvero tante grazie per questo cielo azzurro con le nuvole d’ovatta però non è lo stesso. Che poi questa primavera piena non la vivo da 12 anni, che è poco meno della metà dei miei e che tutta la vita allora entrava in un eastpack con le spille dell’anarchia e dei sex pistols. Però c’era questa finestra temporale bellissima in cui sull’isola c’era una sorta di risveglio e insieme di fervente attesa per l’estate imminente. Ad aprile che ricordo si sceglievano i gialli per pitturare le facciate, e le fasce? Le fasce le facciamo rosse. È tradizione. In primavera rinasceva lo scalo vecchio e si ripitturavano le barche e si ripopolava u marciapedi di Gnoffu, che prima era basso e sedersi richiedeva anche un certo esercizio di ginocchia.

Ricordo ancora gli “aaahimè” di chi dopo un pomeriggio seduto lì a parlare raccoglieva le proprie ossa corrose dall’umidità dello scirocco per tornare a casa. S’allungavano le giornate e le partite a pallone davanti alla scuola e i primi gelati dell’anno. La primavera isolana che ricordo suonava il jazz serale dei grilli nei campi e delle turriache sugli scogli.
Speriamo passi presto che ho le smanie.

Cristina Errera

2 pensieri su “I linosani e la primavera

  1. Giulia Marini

    LINOSA Paola, Dovresti cambiare con il 2 piccolo in alto Km, ‘quadrati’. Io non lo trovo.
    È successo molti anni fa, ma un accidente così non si dimentica: per buona sorte sventai il panico; deve essere per questo che posso raccontarlo, l’accidente.
    Certi sportivi si sa che cercano l’avventura, e che per darle merito scovano luoghi perfetti anche se in capo al mondo. Non ci spingemmo così lontano (noi, un gruppetto di subacquei), ma abbastanza da viaggiare un giorno e una notte, diretti a Linosa (con auto, treno, nave e infine gozzo).
    Appartenente alle isole Pelagie, in Sicilia, questo spicchio di terra – con ragione nominata ‘Perla del Mediterraneo’ – oggi è meta turistica attrezzata di Hotel e Ristoranti, ma all’epoca alloggiavamo in case dei pescatori, e a sera ci ritrovavamo presso una famiglia che – va da sé – ci viziava con invitanti piatti di pesce cucinati secondo tradizione locale.
    Avvistando l’isola, fummo certi di aver raggiunto un posto incontaminato: illuminata di bianco e grigio-argento dal sole, pareva poco più di uno scoglio allungato (si tratta infatti di una superficie di 5,43 Km quadrati, in quel tempo senza porto) immerso nell’ammaliante turchese di un mare calmo che prometteva incanto.
    Eravamo raggianti.
    All’arrivo, fu addirittura spassoso scendere le cime assicurate agli oblò della nave per calarci (bagagli appresso, fra cui bombole e attrezzature!) fino al gozzo in attesa su quel mare d’incanto.
    Avevamo trascorso la notte in nave fra canti risate e vino, ma per quanto ciucchi e stanchi, trovammo ancora fiato per i trasbordi fino agli alloggi di destinazione, esibendo pure sorrisi allegri presentandoci ai nativi, poi in processione dietro di noi.
    Visi belli accoglienti e fichi d’India, ragazzetti timidi e scherzosi, donne fiere e vecchi bruciati dal sole, mucche attonite e cani allegri, gatti sufficienti e spavaldi (come dappertutto), ampie vie e stradine acciottolate, case bianche profilate di azzurro o rosso o verde, panni stesi sulla via, pendii verso cale e calette di materia vulcanica. E nelle successive scoperte: cisterne scavate dai romani, piscina naturale, tartarughe caretta caretta.
    Nessuna spiaggia. Nessun fucile fra noi.
    Quel giorno, mai paga d’azzurro, dopo un’immersione che già aveva soddisfatto ogni speranza, volli ugualmente godermela osando una fuga, da sola, con pinne maschera e boccaglio.
    Il mare era appena increspato dal vento che giocava in baluginii di creste bianche. Nella sua trasparenza, nuotavo fra pesci curiosi dai disparati colori; allora impauriti, forse, solamente dalle reti. La felicità è di momenti, ma quel mio intermezzo pareva infinita.
    Girai una punta e scorsi una grotta. Che cosa può essere più invitante di una grotta per un subacqueo che pratica anche apnea? Pronta!
    L’antro era spigoloso ed entrandovi feci attenzione a non ferirmi. Il sole tramontava dall’altro versante dell’isola, e via via che nuotavo la luce si faceva sempre più fioca, ma non tanto da nasconderne la magia. Peccato non aver portato con me la torcia, pensavo inoltrandomi in quello che era diventato un cunicolo che quasi mi sfiorava la schiena. Pericolo è adrenalina, e stavo bene.
    Poi, fu un attimo. La marea si stava alzando, e con lei il vento.
    Grandi ondate si abbatterono all’ingresso della grotta, e i loro balzi addosso a me – sempre più violenti – mi rendevano inerme. Cercai di contrastare quello strazio, ma diventata fantoccio fui ricacciata alla fine della grotta del tutto buia.
    Lì, non c’era spazio e potevo respirare solamente nei momenti di risacca. E non potevo muovermi. E i forti afflussi mi avevano strappato la maschera. E vedevo fili di sangue che salivano in alto.
    Sono alla fine? No. Devo farcela. Ottimista ottusa, non hai visto che il tempo stava cambiando? No, il tempo era buono. Lupo di mare che non sei, per penitenza sull’arroganza, ora devi dargli sotto. Inventa!
    Inventare … Sì, d’accordo. Con quanta forza mi era rimasta, feci una capovolta afferrando le sporgenze taglienti della roccia fin dove, come speravo, non trovai correnti. Ma sentivo tanto freddo.
    Poca aria nei polmoni e voglia di vivere. Rosso di ferite che c’erano e che non avvertivo.
    Muoviti! Afferra! Striscia! Vai!
    Vedo un po’ di luce. Ce la faccio?
    Come un tappo di champagne liberato mi lanciai fuori dall’acqua: con un rantolo, finalmente respiravo.
    È finita. Vado a ‘casa’. E poi rivedrò la mia, di casa. Ma poi ritorno.

    GM – 11 luglio 2018

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